Gli Ovitz e Mengele, vittime e carnefice
2
FEBBRAIO
2017
dal “Messaggero Veneto”.
Sembra un film, ma non lo è. Però potrebbe diventarlo. Nell’attesa, ha ispirato il pregevole romanzo storico di Salvatore D’Antona “Perla” (editore L’Orto della Cultura di Pasian di Prato), che si fonda sulla storia dell’ebrea romena Perla Ovitz (1921-2001). Il libro è stato al centro della Giornata della Memoria al liceo Marinelli di Udine.
di VALERIO MARCHI
Qui non intendiamo recensire il romanzo, ma solo ripercorrere a grandi linee l’incredibile, inquietante e toccante epopea della famiglia Ovitz. La vera Perla era infatti l’ultima dei dieci figli del rabbino Shimshon Eizik Ovitz (1868-1923), affetto da nanismo ma grande nel carattere: genitore amorevole e buon musicista, si sposò due volte con donne di statura normale. Dalla prima, morta prematuramente, ebbe due figlie; dalla seconda, sei femmine e quattro maschi. Ben sette di loro erano nani come il padre.
Tuttavia, gli Ovitz seppero trasformare la loro anomalia genetica in un’opportunità, traendo forza e successo dall'”inferiorità”: grazie alle loro capacità teatrali e musicali, infatti, formarono una compagnia che divenne celebre tra gli anni Trenta e i primi anni Quaranta. Sul palco salivano solo i fratelli nani, e ciò era un’assoluta novità. Si denominarono – il perché è ovvio – i “Lilliput”.
I bei tempi, però, volgevano al termine: nel maggio 1944, assieme a un buon numero di parenti, furono deportati dai nazisti ad Auschwitz-Birkenau. Fu lì che i fratelli nani divennero “i sette nani di Mengele”. L’incontro con l'”angelo della morte” produsse due effetti apparentemente contrastanti, ma in realtà paralleli: da un lato, le sevizie; dall’altro, la salvezza. Josef Mengele, smanioso di effettuare nuovi e sempre più aberranti esperimenti di genetica ed ereditarietà, sottopose gli Ovitz ad atroci torture; al tempo stesso, per poterli utilizzare sino in fondo, li preservò dalla morte.
Gli Ovitz (anche i fratelli di statura normale, comunque ritenuti utili da Mengele per le sue ricerche) seguirono per tutta la vita il consiglio della prima moglie di Shimshon: “Rimanete sempre uniti”. E si salvarono tutti meno uno, che non era nano e che tentò inutilmente la fuga. Così, quando il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa aprì i cancelli di Auschwitz, li trovò ancora vivi.
Perla e i suoi congiunti vollero coraggiosamente riprendere la vita normale: in Russia, in Romania e, infine, in Israele, dove acquistarono un cinema. Perla riuscí a non serbare rancore e disse: «Sono stata salvata dal diavolo, e sarà Dio a dare a Mengele quello che gli spetta».
